A Milano, Palazzo Reale: Piero Manzoni

 
A Milano, Palazzo Reale: Piero Manzoni

Uno degli artisti più geniali, innovatori e controversi del XX secolo, nato a Soncino nel cremonese e morto a Milano nemmeno trentenne, nel 1963, Piero Manzoni, è protagonista della mostra Piero Manzoni 1933-1963 a Palazzo Reale di Milano. Promossa e prodotta dal Comune di Milano – Cultura, Palazzo Reale e Skira editore, la mostra è curata da Flaminio Gualdoni e Rosalia Pasqualino di Marineo in collaborazione con la Fondazione Piero Manzoni ed è realizzata nell’ambito del progetto “Primavera di Milano”.

Oltre 130 opere rendono conto della sua intera parabola artistica, che ebbe proprio Milano come centro focale. Qui operò nella stagione di maggior fervore del secondo dopoguerra, accanto a un maestro come Lucio Fontana e come primario referente primario della neoavanguardia europea. Morto precocemente, genialmente radicale, Manzoni viene raccontato dagli esordi in area postinformale alla concezione degli Achromes, dalle Linee alle Impronte, dal Fiato alla Merda d’artista, dal coinvolgimento del corpo fisico vivente nell’opera alla dimensione totalizzante dell’esperienza estetica di progetti come il Placentarium. Manzoni presenta le sue prime creazioni a Cremona nel 1956 e subito viene definito “surrealista” dal giornale locale. Artista alla Dubuffet dove l’operazione artistica è intesa come pulsione pura e spontanea, reinventata in tutte le sue fasi dall’autore. Manzoni parte così dalla stessa superficie del quadro che viene manomessa e contaminata: “egli punta a una aformalità fatta di gorghi impuri di materia bituminosa – dice Gualdoni – che saturano lo spazio disponendosi per comportamenti non orientati intorno a un asse che incardina lo spazio orizzontalmente”. E Manzoni stesso dichiara nel 1957: “… consideriamo il quadro come nostra area di libertà”.

Sul concetto di opera come presenza concreta Manzoni si confronta con vari altri artisti: Yves Klein con i suoi monocromi assoluti e immateriali, Lucio Fontana con i suoi fori sulla superficie e frammenti di vetro applicati alla tela, Alberto Burri con i suoi sacchi di juta. Manzoni sente la tensione verso “l’origine delle cose” e mette sempre più a fuoco – afferma Gualdoni – una ” cruda e snudata materiologia del quadro, la configurazione di una presenza che si oggettiva come cosa tra le cose”. Da quadri scuri fortemente materici con impasti di olio, catrame, smalto e oggetti come sassi e chiavi concepiti senza titolo, Manzoni evolve poi verso quadri bianchi con rilievi plastici e ombre, con stesure grumose di gesso spatolato che poi definirà Achrome. Mentre produce la serie degli Achrome, Manzoni esplora la pratica di segni di codice fortemente connotati. Sono lettere alfabetiche maiuscolo, tracciate con dime metalliche sulla superficie in sequenze ripetitive regolari

Piero Manzoni 1933-1963
Fino al 2 giugno 2014

Palazzo Reale

Piazza Duomo 12,  Milano

 

 

 

 

F. D. S.

 

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